Archivio per aprile, 2013

Ammetto che è il mio secondo tentativo e questo perché, come si dice con i bimbi, ognuno ha i suoi tempi di apprendimento…. Il mio precedente e sventurato articolo era una seconda puntata del progetto Senza Zaino…ne riprendo solo uno stralcio (anche per esercitarmi sulle liste numerate), in cui trattavo dell’importanza dell’Apprendimento situato che nel Senza Zaino si sviluppa nella Comunità di pratiche che è l’aula, la scuola in cui quella classe si trova e l’intera rete di scuole aderenti al progetto.

Un’efficace sintesi di questo concetto viene sviluppata da Massimiliano Costa, nel sito di psicologia del lavoro.

  1. L’apprendimento è una pratica sociale.
  2. La conoscenza è integrata e distribuita nella vita della comunità.
  3. L’apprendimento è un atto di appartenenza.
  4. Non si impara quando ci è negata la “partecipazione”.
  5. L’apprendimento è un coinvolgimento in pratiche.
  6. Il coinvolgimento è legato alla possibilità di contribuire allo sviluppo della comunità.
  7. Aggiungo che M.Costa ha trattato questi elementi chiave nel suo testo:“Le comunità di partica come leva per la formazione”.
    E per ora mi fermo, causa esaurimento cellule…ma mi ha fatto piacere vedere in anteprima l’esito positivo del mio parto travagliato…

    Annunci

Con questo breve articolo (proverò a non farmi prendere la mano come mi capita spesso…), volevo ringraziare le insegnanti che hanno avuto la pazienza e la determinazione (doti di cui, so bene, siamo munifiche) di leggere il mio precedente scritto incentrato sulla Valutazione – tema “arduo e periglioso” – e che, inevitabilmente, mi ha portato a spaziare sul progetto Senza Zaino che si attua nella mia scuola.

Alcune colleghe, nei loro commenti, mi hanno scritto di esserne rimaste incuriosite e di volerne, perciò, sapere qualcosa in più. Il titolo che ho dato a questo mio articoletto sintetizza quello che penso rispetto al valore inestimabile della curiosità, quella che infatti proviamo quotidianamente a suscitare nei nostri ragazzi attraverso le più svariate strategie, che possono andare dal banale cambio di voce nel mentre si presenta qualcosa, al far ascoltare una musica quando meno se lo aspettano e da lì far nascere conversazioni e progettazioni…e tanti altri modi “bizzarri, estrosi”, mai monotoni, per motivare la loro voglia ad imparare.

E questo elemento primo sta alla base di ogni nuova conoscenza; è quello che mi ha spronato a prender parte a questa avventura cMOOC, come 10 anni fa mi stuzzicò nel capire meglio cosa fosse questo nuovo modo di fare scuola/comunità mediante il progetto Senza Zaino. Per cui, non ho intenzione di far languire la curiosità di quelle insegnanti che mi hanno chiesto approfondimenti; intanto, vi invito caldamente ad esplorare il sito del senza zaino, già menzionato nel mio articolo, perché molto esaustivo.

Poi, farò del mio meglio per darvi qualche ragguaglio in più…sempre per solleticarvi, voglio riportare una citazione tratta dall’ultimo libro di Marco Orsi, il Dirigente Scolastico che è stato l’ideatore del SZ (“La comunità che fa crescere la scuola”): “Nelle scuole SZ proponiamo un metodo di lavoro che è anche una visione, denominata Approccio Globale al Curricolo. Si tratta di una visione, in quanto si cerca di unire ciò che è stato diviso: il corpo dalla mente, la materia dalle materie, la disciplina e le relazioni dalle discipline e dalle cognizioni, il senso dai sensi, i diversi dai non diversi, la sicurezza ed il benessere dall’apprendimento, l’intelligenza unica dalle varie intelligenze e così via…”. Non è certo l’unico, M.Orsi, ad avvalorare questo concetto: il SZ ha, però, il merito di provare a far discendere dalla teoria una pratica quotidiana coerente.

Mi sembrava un buono spunto di riflessione per tener desto l’interesse…… e, intanto, un po’ di mano è scappata….

 

Premessa (scritta al termine dell’articolo): sono stata lunga, lo so (forse “mi è mancato il tempo di essere più breve?”…riprendendo una simpatica e significativa frase letta in un blog nei giorni scorsi); spero di trovare lettori e lettrici curiosi/e e voleterosi/e: Precisazione: temo di aver dato l’impressione, nel trattare il Progetto Senza Zaino, di aver creato un’isola felice nella mia scuola, dove tutto va a gonfie vele, con bambini sempre pieni di entusiasmo. Non è così, o perlomeno, non è costantemente così, però non mi interessava qui di dare spazio alle difficoltà, ai momenti di sconforto da cui ci possiamo sentire assalite quando non troviamo risposte adeguate ai tanti bisogni dei nostri bimbi, per non parlare della desertificazione delle risorse….insomma, l’intento era quello di far risaltare la positività di una scelta educativo/pedagogica qualitativamente meritevole.

Organizzazione settimanale delle attività

Organizzazione settimanale delle attività

La riflessione sviluppata recentemente da Luisella in uno dei suoi articoli in merito al “valore” delle prove Invalsi con cui deveno misurarsi i/le nostri/e alunni/e dalla scuola primaria fino alla secondaria di 2°grado, non è, a mio avviso, affatto trascurabile perché in base al tipo di approccio, si delinea il nostro “credo pedagogico”, per dirla alla J.Dewey, quindi la visione della “comunità educante” (procedendo per citazioni…Don Milani) che quotidianamente perseguiamo.

Questo mi porta, inevitabilmente, a fare un collegamento con il Progetto Senza Zaino (www.senzazaino.it) che orgogliosamente stiamo portando avanti nella mia scuola da due anni, dopo un’ importante fase preparatoria dal punto di vista teorico – perché scompagina completamente gli schemi della scuola tradizionale, dagli arredi, all’uso degli spazi e soprattutto rispetto alla metogologia didattica – che ha comportato il farsi strada di nuovi “abiti mentali”, per molte insegnanti con fatica e diverse insicurezze nel lasciare percorsi conosciuti e ben collaudati. Non mi voglio qui dilungare sulla bontà di questo Progetto – un dato su tutti: moltiplica in modo direi esponenziale la motivazione a venire a scuola e ad apprendere da parte dei nostri bimbi -, ma voglio invece spendermi di più sull’aspetto della valutazione che mira ad essere autentica. Questa aggettivazione è densa di significati teorici che rimandano, in primo luogo, alla relazione che si dà tra alunno/a e insegnante, connotata in primo luogo dal fatto che quest’ultima, non solo non ha più la sua cattedra – noi maestre abbiamo solo un piccolo tavolo di appoggio, messo in un angolo dell’aula – da cui sentenziare o pontificare, ma ha un ruolo di accompagnamento : esprime considerazioni sull’andamento dei percorsi e sugli esiti finali,  facendo oggetto di analisi il processo intrapreso e non la persona. Insomma, nel Senza Zaino, niente voti, non trovano posto nemmeno i “Bravissimo/a”, “Superbravo/a…”, ma quando è l’insegnante ad esplicitare la sua valutazione,  scrive annotazioni sul lavoro svolto: quindi, “Lavoro fatto bene perché…” e sia in caso positivo che negativo l’insegnante motiva le sue osservazioni. I bambini vivono molto bene queste sollecitazioni a migliorarsi e sono stimolati alla consapevolezza dei traguardi conseguiti e di quelli ancora da raggiungere. Questo anche perché imparano, attraverso la metodologia del Senza Zaino – dove tutto si discute, si vagliano le posizioni di tutti, si sceglie e si tratteggia insieme il percorso che dalla conversazione scaturisce, si fissano su pannelli delle procedure concordate – a gestire la propria Autovalutazione che si snoda attraverso tutta una serie di fattori individuati collettivamente – differenziati per disciplina -: ciascuno ha così “il termometro” tangibile di ciò che già  padroneggia e di ciò che invece ancora è da consolidare e rafforzare. I momenti di valutazione/autovalutazione sono abbastanza frequenti e non avvengono solo mediante le ordinarie attività di verifica su testi scritti sia che siano di italiano o matematica o altro…ma anche momenti di esperienza diretta, costruttiva che implica il “fare, l’operare, l’inventare, trovare nuove strategie per la soluzione di problemi…” spesso in un contesto collaborativo, perché è il cooperative learning, la metodologia principe. Inutile dire che per non perdere nessuna individualità a lavoro nel collettivo, occorre che queste attività si realizzino a piccoli gruppi e non in contemporanea, per consentire a noi insegnanti un’attenta osservazione di tutti gli aspetti che nelle situazioni esperenziali attivate entrano in gioco. Dunque, l’autenticità non considera solo l’aspetto cognitivo, ma quel prisma di fattori che caratterizzano una personalità nella sua crescita. Per essere ancora più chiara per ciò che riguarda come si valuta nel progetto SZ: il gruppo, la comunità non diluisce o annulla ogni individuo con le sue peculiarità, anzi lo valorizza; momenti di valutazione formativa con gli strumenti più comuni sono contemplati ma non sono esaustivi, poiché è l’attuarsi di esperienze (anche apparentemente ludiche, quindi ludiformi) che dà più completezza – mai definitiva, sempre in divenire – al quadro di ogni soggetto in evoluzione.

Toccando l’argomento valutazione, così complesso, così difficile, è stato inevitabile fornire qualche elemento in più sui principi e sulle caratteristiche del SZ, impossibili da glissare. Penso che sia emerso quanto, al di là del progetto nel suo insieme, anche solo il processo valutativo si dia in tempi lunghi, non una volta per tutte, che – ma questo non solo per chi pratica il SZ, ma ha a cuore il benessere scolastico e non solo, dei propri alunni – non considera il prodotto finale, ma tutto il processo, tenendo ben presenti i punti di partenza di ciascuno, individualizzando dunque l’insegnamento ma di conseguenza la valutazione stessa, in un circolo virtuoso.

Ora, tutta questa mia dissertazione non è peregrina, è volta a suffragare l’idea della totale parzialità e pochezza delle prove Invalsi: lo dimostrano i loro quiz, spesso non formulati nemmeno con chiarezza, ‘l’aver sottoposto ai bimbi testi, come quello citato da Luisella, pericolosi perché ammantano di scientificità tesi sessiste e discriminatorie che devono essere bandite nei luoghi della cultura e della formazione; c’è la presunzione di poter dedurre l’ “l’essere e il sapere” di una persona attraverso una crocetta, data in un tempo circoscritto, in un contesto – nel mio caso sarà così, sono in una classe 2° – totalmente diverso da quello sereno, solitamente disteso e motivante di tutte le mattine, perché anche se cercheremo di stemperare certe ansie, si respirerà comunque un po’ di atmosfera da esame.  Finora, solo le crocette hanno fatto risultato e sono entrate nelle statistiche; da qualche tempo, dopo le innumerevoli contestazioni sull’efficacia di queste prove, si sta cominciando a parlare di valore aggiunto, quello che dovrebbe connotare la storia di ogni bambino/a. Bene, ci fa piacere, ma nessuno potrà mai convincerci che quello che è ogni bambino e bambina, nella sua interezza, potrà stare condensato nel risultato di un quiz. L’obiezione che sollevano di fronte ad affermazioni come la mia è che serve l’oggettività per poter rendere possibili dei confronti; d’accordo, basta però che non ci vogliano millantare che la presunta oggettività (ci sarebbe da dire molto sulla questione…) sia esaustiva nel dare informazioni sui livelli acquisiti da un soggetto in età evolutiva, anche solo per il fatto che gli ambiti indagati sono solo Italiano e Matematica…E tutto l’illuminanate lavoro di H.Garder sulle intelligenze multiple, lo cestiniamo disinvoltamente? Quanti interrogativi ancora si accenderebbero, ma mi sono già dilungata abbastanza…

Noi di 2°B affronteremo anche questa scadenza Invalsi con lo spirito che ci contraddistingue: noi non l’abbiamo scelto, ci cala dall’alto, ma non appena avremo eseguito il compito come “soldatini”, ritorneremo a creare, inventare, fantasticare, progettare, concretizzare percorsi da cui imparare con piacere.

Grazie per essere arrivati all’ultima parola.

Nel villaggio….

Pubblicato: 25 aprile 2013 in Senza categoria
Sento Imperial Palace, Kyoto, Japan - one of v...

Sento Imperial Palace, Kyoto, Japan – one of various bridges. (Photo credit: Wikipedia)

Proprio stamattina, durante una rigenerante passeggiata all’aria aperta, dipanavo nella mia testa una serie di riflessioni che poi ho ritrovato, in gran parte,  in un sintetico post di Sabina M., dove enucleava in 5 punti le ragioni della sua partecipazione al (per)corso cMOOC. Io non sono granché brava nel condensare il mio pensiero, però ci provo a modo mio:

– la motivazione che mi ha indotto all’inizio ad aderire al cMOOC si sta rafforzando sempre di più, grazie alla curiosità sollecitata strada facendo, al senso di sfida costante che comporta e, last but not lest (mi sembra si scriva così…), l’opportunità di conoscere -sì virtualmente, ma le parole, quando sono espressione della propria “ragione sentimentale”, raccontano molto di noi…- molte persone, colleghi e colleghe con cui sento di condividere i principi/valori caratterizzanti una scuola pubblica, laica, pluralista e, dunque, attenta ai bisogni di tutte/i e capace di accogliere e valorizzare tutte le diversità (o quanto meno di provarci);

-sono consapevole dei miei limiti per ciò che riguarda le nuove tecnologie, dettati in gran parte anche da una certa avversione/diffidenza sulla quale, però, vado maturando una nuova visione, perché sono le nuove generazioni che lo chiedono: no al “totalitarismo dell’informatizzazione tout cort”, ma nemmeno sì al conservatorismo ottuso che apre divari incolmabili tra “il mondo degli adulti e la carta stampata” e i “nostri giovan,i grandi smanettoni…” (nativi digitali?…mah…); Sì all’uso consapevole, creativo, in una posizione di “protagonismo” e  non di “sudditanza” rispetto ai mezzi tecnologici, e chi opera in ambito educativo/formativo non può esimersi dal mettersi in gioco in prima persona, pena rimanere ancorati ad una pianeta parallelo rispetto a quello dei nostri alunnni…;

– la coscienza dei miei limiti (alias, imbranataggine, incomprensione di parole, tempi lunghi nel fare ed assimilare le indicazioni del prof…) non mi fa arrabbiare (differentemente da Sabina): ne prendo atto, provo a non farmi scoraggiare, riferendomi sempre alle parole del prof che ci ha sapientemente invitato alla pazienza ed alla calma…(quest’ultima, dico la verità, mi appartiene poco, perché anch’io sarei di quelle del “tutto e subito”, ma se avessi applicato questa filosofia, ne sarei già uscita sconfitta…) e mi prendo qualche soddisfazione quando vedo che dei piccoli progressi me li sto guadagnando;

– anche questi giorni di “vacatio prof” mi hanno stimolato alcune riflessioni: io che quando intraprendo qualcosa di nuovo, sento l’esigenza di averci sempre accanto la guida che rassicura, protegge, indica la strada, ho fatto dei passi avanti (che certo anche altre esperienze avrebbero potuto permettermi…non vorrei che quello che dico venisse preso come un intento esaltatorio di quello che facciamo…) dal punto di vista della mia autonomia in questo viaggio: ho esplorato tanto, in alcuni casi, settacciato i blog dei/le miei/mie compagni/e, ho intrecciato delle relazioni, ho riguardato le lezioni dei giorni scorsi (preciso,con i miei tempi a disposizione: che sono quelli di una maestra che sta tanto a scuola, che partecipa a 2 corsi di formazione, che è FS sul Pof……che fa la mamma, che fa attività politico-sociale…), insomma ho cercato di osservare come cresce il villaggio;

-ora, se è vero che in ogni luogo geografico, esiste una periferia ed un centro, io – pur con tutte le lacune che ho più volte segnalato – non mi sento alla periferia: o meglio, se nell’assegnare i posti, prendiamo come riferimento le nostre capacità, allora, mi colloco nella periferia estrema…ma siccome non penso che sia questo il metro di valutazione, diciamo che ancora mi sento girovaga, non mi va di fermarmi e di” staticizzarmi”, mi va di continuare a praticare del nomadismo conoscitivo senza fretta alcuna di delimitare dei miei confini…

Come ho detto,ho sgombrato il campo da tutte le ansie da “abbandono”, ma mi viene comunque da chiedere: prof, ma quando rientri in postazione?….

Buona Festa della Liberazione

Piccole soddisfazioni crescono…

Pubblicato: 23 aprile 2013 in Senza categoria
Gravatar Beta online now

Gravatar Beta online now (Photo credit: Frank Hamm)

Che sensazione strana, stasera…quella di avercela fatta in quella che, in origine, mi era apparsa come un’impresa titanica! Sono riuscita a inserire il mio profilo Gravatar, senza farmi mettere bastoni tra le ruote dall’inglese…già, perché anche quello è un altro ostacolo non da poco, per chi viene da percorsi scolastici dove l’ L2 era il francese, che tra l’altro mastico anche abbastanza bene, mentre con la lingua della Regina sono una schiappa! Ma a parte questa parentesi sulle mie lacune, vengo al dunque: ho piazzato foto e raccontino di me nel mio profilo, così mi si può identificare per quello che faccio e sono, e darmi anche un aspetto fisico….Insomma, la conoscenza continua ad essere virtuale, ovvio, ma quando si aggiungono certi elementi in più, si dà maggiore concretezza alle nostre individualità, che così si delineano meglio favorendo anche le relazioni a distanza. Mi sono stati di forte stimolo il post di Luisella, che da vera esperta, discettava su Gravatar in modo chiaro e convincente; ma anche quello di Sabina che ricordava come l’aspetto antisociale dei social network si può scongiurare quando si mettono in rete contenuti, che poi sono pensieri, sentimenti, immaginazione di persone “di ciccia” che si avvalgono di uno strumento non come fine, bensì come mezzo per la condivisione. Che è, appunto, quello che stiamo cercando di fare noi che, per quanto così “diversi”  – proprio perché, sempre come diceva Sabina, ognuno porta una sua diversità da conoscere -, siamo accomunati dagli stessi intenti e motivazioni: migliorarci, ampliare i nostri orizzonti, stare nella dinamicità che caratterizza i nostri tempi e le generazioni che di questi tempo sono figli, senza subirla ma interagendo ed indirizzando in modo costruttivo.

Questione di scelte

Pubblicato: 22 aprile 2013 in Senza categoria
The first printed illustration of a rhombicubo...

The first printed illustration of a rhombicuboctahedron, by Leonardo da Vinci, from De divina proportione. (Photo credit: Wikipedia)

Poco fa, ho scritto un commento di approvazione ad un post di una collega di cui mi aveva convinto l’entusiasmo derivante dal vivere con spirito di scoperta e slancio nel voler continuare ad imparare – nonostante un nutrito bagaglio di esperienze anche solo per età…-. Bene: anch’io credo che la “fiamma della passione” verso tutto ciò che possa ancora farci crescere ed arricchire umanamente, oltre che intellettivamente, deve sempre rimanere accesa e ciò può avvenire solo se lo scegliamo. Scegliere il punto di vista con cui rapportarsi alla realtà è fondamentale: perché se ci facciamo condizionare solo dall’oggettività, inevitabilmente ne rimaniamo intrappolati e la visione che ne discende non può che essere pessimista: la scuola ha subito un salasso di risorse immane, e non sta meglio la sanità, per non guardare gli altri ambiti lavorativi in Italia, dove la disoccupazione e la precarietà sono a livelli intollerabili…e questo, solo per rimanere nei confini nazionali. Andando poco oltre, c’è una guerra – cominciata con un’importante rivoluzione -, quella siriana che è una carneficina quotidiana e che dopo più di un anno, vede ancora il dittatore fiero al suo posto, la popolazione massacrata e stremata e il consesso internazionale che sta colpevolmente a guardare…Viene da dire: come non si fa ad essere pessimisti?

Si sceglie di non esserlo e non per superficialità o dabbenaggine. Ma per un preciso atto raziocinante e, ovviamente, sentimentale: perché il prevalere della negatività non porta a niente, paralizza, deprime, ci svuota delle nostre migliori facoltà come specie umana. Penso all’immaginazione, alla creatività, alla voglia di osare, quella che ha contraddistinto tutte le grandi invenzioni – e non perché dobbiamo essere tutti dei Leonardo Da Vinci, che progettano prototipi di macchine che quanche secolo dopo diventeranno aerei… Però, inventarci nuovi modi di vedere la realtà a partire dal godere delle “piccole ma grandi cose”- e qui, penso alla collega che nel post parlava soddisfatta di un corso di aggiornamento fatto oggi che le ha dato tanti stimoli e che è già pronta a tradurre in classe con i suoi bimbi – …, il provare costantemente ad essere persone migliori e quindi, mettere in atto scelte perché ciò avvenga, come anche solo leggere un libro e condividerlo con qualcuno, vivere e adoperarsi perché la scuola possa essere una comunità di buone pratiche, spiegare ad un immigrato come interpretare quel foglio ricevuto dal Comune sentendolo come un “fratello” (e non nel senso cattolico del termine, ma in quanto appartenente alla specie umana) e non come “straniero”.

Mentre son qui che scrivo, mi prende il timore di poter essere giudicata minimalista e di aver semplificato ciò che invece rimane molto complesso: niente di tutto questo, mi spinge invece la voglia di continuare a lottare e dirò di più, non di “resistere”, ma di rivoluzionare, in primo luogo l’abitudine mentale di chi ci dice : “Ma tanto non si può cambiare niente…”. Diamo valore alle piccole azioni, diamo loro il significato che meritano: piccole gocce che possono formare un mare. I tempi perché ciò possa realizzarsi non sono calendarizzabili, ma siamo in un’epoca di transizione, come sostiene il filosolo I. Wallerstein, in cui ciò che conosciamo – e già ce ne sono i segni tangibili – è destinato al deperimento. Dunque: subire o essere protagonisti? Da educatori/formatori quali siamo, la risposta è scontata ed è importante che i nostri piccoli percepiscano la nostra costante voglia di metterci in discussione, di essere curiosi/e, di porci rispetto alle situazioni come esploratori/trici assetati/e di conoscenza..

Concludo con le parole di un rivoluzionario filosofo che mi sta a cuore (anche con tutti i “brutti errori” che ha commesso…), L. Trotsky che nel 1940, poco prima di morire, scriveva alla figlia: “La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e viverla in tutta la sua pienezza”. A noi, dare l’esempio e far loro intravedere questa possibilità.

…in realtà, il mio intento è quello di proseguire la stesura del Diario, ma presa dalla voglia di “manipolare”, ho deciso di cambiare titolo, anche per contrassegnare una nuova fase del mio percorso di apprendimento cMOOC. Se uno dovesse prendere in considerazione solo i risultati raggiunti, di certo di progressi non ce ne sono da “misurare” granché…ma siccome, apparteniamo a quel gruppo – numeroso? abbastanza, via…- di coloro che danno più valore alla valutazione formativa, che, quindi, valorizza i processi e non i prodotti, allora, facendo Autovalutazione, posso uscirne discretamente soddisfatta. E ve lo spiego: comincio ad entrare in un linguaggio che finora non mi apparteneva, addirittura mi sono ritrovata ad osservare con interesse certi codici di file, cosa che se mi veniva chiesto qualche tempo fa, avrei risposto con il classico “Boh” e una smorfia di dissenso, perché la giudicavo roba da addetti ai lavori. Insomma, a loro pc e web, a me futuri cittadini del mondo da educare… Ora, qualcosa nella mia percezione e, gradatamente, nel mio habitus mentale si sta modificando: ho fiducia in chi mi dice – il prof responsabile del (per)corso – che tutto questo impegno è speso bene, che mi porterà ad impadronirmi di nuovi strumenti che mi consentiranno di svolgere sempre meglio la mia funzione educativa, soprattutto perché quelle piccole meravigliose creature che riempiono gran parte delle nostre giornate, questo modo di comunicare lo usano e per migliorare la relazione con loro, non possiamo tirarcene fuori. E, ovviamente, con la capacità di saper tenere la barra del timone: perché conoscere questi nuovi linguaggi, mi permetterà di poterne parlare svelandone vantaggi ma anche insidie, facendone risaltare virtù ma anche difetti, perché continuare ad arroccarsi alla difesa del “Libro” (per il quale io ho venerazione…), non paga più. La contrapposizione è perdente; raggiungere un equilibrio, direi un’armonia tra i vari mezzi che possono produrre conoscenza, allargare orizzonti, far crescere e migliorarsi, mi sembra l’obiettivo cui dobbiamo tendere. Anche perché, giustamente come diceva un post letto qualche giorno fa, è inutile osannare i libri, quando poi se ne richiede la ripetizione pedissequa dei contenuti…orrore.

Per non parlare di quanto sto trovando appagante conoscere, anche se virtualmente, uno spaccato di scuola e non solo, comunque di persone che hanno accettato la sfida, nonostante l’età, gli impegni lavorativi e familiari e tutto il fardello dei problemi che ognuno di noi si porta dietro….toccare con mano la loro fantasia, creatività, profondità di riflessioni e sentimenti, è un arricchimento prezioso. E non c’è nessuna retorica nel dirlo, anzi è proprio questo il principale aspetto che mi spinge nel proseguire perché incontrare anche “altri che ci credono”, proprio per le caratteristiche empatiche della nostra specie, fa un effetto strapositivo