Valutazione: parliamone.

Pubblicato: 27 aprile 2013 in Senza categoria
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Premessa (scritta al termine dell’articolo): sono stata lunga, lo so (forse “mi è mancato il tempo di essere più breve?”…riprendendo una simpatica e significativa frase letta in un blog nei giorni scorsi); spero di trovare lettori e lettrici curiosi/e e voleterosi/e: Precisazione: temo di aver dato l’impressione, nel trattare il Progetto Senza Zaino, di aver creato un’isola felice nella mia scuola, dove tutto va a gonfie vele, con bambini sempre pieni di entusiasmo. Non è così, o perlomeno, non è costantemente così, però non mi interessava qui di dare spazio alle difficoltà, ai momenti di sconforto da cui ci possiamo sentire assalite quando non troviamo risposte adeguate ai tanti bisogni dei nostri bimbi, per non parlare della desertificazione delle risorse….insomma, l’intento era quello di far risaltare la positività di una scelta educativo/pedagogica qualitativamente meritevole.

Organizzazione settimanale delle attività

Organizzazione settimanale delle attività

La riflessione sviluppata recentemente da Luisella in uno dei suoi articoli in merito al “valore” delle prove Invalsi con cui deveno misurarsi i/le nostri/e alunni/e dalla scuola primaria fino alla secondaria di 2°grado, non è, a mio avviso, affatto trascurabile perché in base al tipo di approccio, si delinea il nostro “credo pedagogico”, per dirla alla J.Dewey, quindi la visione della “comunità educante” (procedendo per citazioni…Don Milani) che quotidianamente perseguiamo.

Questo mi porta, inevitabilmente, a fare un collegamento con il Progetto Senza Zaino (www.senzazaino.it) che orgogliosamente stiamo portando avanti nella mia scuola da due anni, dopo un’ importante fase preparatoria dal punto di vista teorico – perché scompagina completamente gli schemi della scuola tradizionale, dagli arredi, all’uso degli spazi e soprattutto rispetto alla metogologia didattica – che ha comportato il farsi strada di nuovi “abiti mentali”, per molte insegnanti con fatica e diverse insicurezze nel lasciare percorsi conosciuti e ben collaudati. Non mi voglio qui dilungare sulla bontà di questo Progetto – un dato su tutti: moltiplica in modo direi esponenziale la motivazione a venire a scuola e ad apprendere da parte dei nostri bimbi -, ma voglio invece spendermi di più sull’aspetto della valutazione che mira ad essere autentica. Questa aggettivazione è densa di significati teorici che rimandano, in primo luogo, alla relazione che si dà tra alunno/a e insegnante, connotata in primo luogo dal fatto che quest’ultima, non solo non ha più la sua cattedra – noi maestre abbiamo solo un piccolo tavolo di appoggio, messo in un angolo dell’aula – da cui sentenziare o pontificare, ma ha un ruolo di accompagnamento : esprime considerazioni sull’andamento dei percorsi e sugli esiti finali,  facendo oggetto di analisi il processo intrapreso e non la persona. Insomma, nel Senza Zaino, niente voti, non trovano posto nemmeno i “Bravissimo/a”, “Superbravo/a…”, ma quando è l’insegnante ad esplicitare la sua valutazione,  scrive annotazioni sul lavoro svolto: quindi, “Lavoro fatto bene perché…” e sia in caso positivo che negativo l’insegnante motiva le sue osservazioni. I bambini vivono molto bene queste sollecitazioni a migliorarsi e sono stimolati alla consapevolezza dei traguardi conseguiti e di quelli ancora da raggiungere. Questo anche perché imparano, attraverso la metodologia del Senza Zaino – dove tutto si discute, si vagliano le posizioni di tutti, si sceglie e si tratteggia insieme il percorso che dalla conversazione scaturisce, si fissano su pannelli delle procedure concordate – a gestire la propria Autovalutazione che si snoda attraverso tutta una serie di fattori individuati collettivamente – differenziati per disciplina -: ciascuno ha così “il termometro” tangibile di ciò che già  padroneggia e di ciò che invece ancora è da consolidare e rafforzare. I momenti di valutazione/autovalutazione sono abbastanza frequenti e non avvengono solo mediante le ordinarie attività di verifica su testi scritti sia che siano di italiano o matematica o altro…ma anche momenti di esperienza diretta, costruttiva che implica il “fare, l’operare, l’inventare, trovare nuove strategie per la soluzione di problemi…” spesso in un contesto collaborativo, perché è il cooperative learning, la metodologia principe. Inutile dire che per non perdere nessuna individualità a lavoro nel collettivo, occorre che queste attività si realizzino a piccoli gruppi e non in contemporanea, per consentire a noi insegnanti un’attenta osservazione di tutti gli aspetti che nelle situazioni esperenziali attivate entrano in gioco. Dunque, l’autenticità non considera solo l’aspetto cognitivo, ma quel prisma di fattori che caratterizzano una personalità nella sua crescita. Per essere ancora più chiara per ciò che riguarda come si valuta nel progetto SZ: il gruppo, la comunità non diluisce o annulla ogni individuo con le sue peculiarità, anzi lo valorizza; momenti di valutazione formativa con gli strumenti più comuni sono contemplati ma non sono esaustivi, poiché è l’attuarsi di esperienze (anche apparentemente ludiche, quindi ludiformi) che dà più completezza – mai definitiva, sempre in divenire – al quadro di ogni soggetto in evoluzione.

Toccando l’argomento valutazione, così complesso, così difficile, è stato inevitabile fornire qualche elemento in più sui principi e sulle caratteristiche del SZ, impossibili da glissare. Penso che sia emerso quanto, al di là del progetto nel suo insieme, anche solo il processo valutativo si dia in tempi lunghi, non una volta per tutte, che – ma questo non solo per chi pratica il SZ, ma ha a cuore il benessere scolastico e non solo, dei propri alunni – non considera il prodotto finale, ma tutto il processo, tenendo ben presenti i punti di partenza di ciascuno, individualizzando dunque l’insegnamento ma di conseguenza la valutazione stessa, in un circolo virtuoso.

Ora, tutta questa mia dissertazione non è peregrina, è volta a suffragare l’idea della totale parzialità e pochezza delle prove Invalsi: lo dimostrano i loro quiz, spesso non formulati nemmeno con chiarezza, ‘l’aver sottoposto ai bimbi testi, come quello citato da Luisella, pericolosi perché ammantano di scientificità tesi sessiste e discriminatorie che devono essere bandite nei luoghi della cultura e della formazione; c’è la presunzione di poter dedurre l’ “l’essere e il sapere” di una persona attraverso una crocetta, data in un tempo circoscritto, in un contesto – nel mio caso sarà così, sono in una classe 2° – totalmente diverso da quello sereno, solitamente disteso e motivante di tutte le mattine, perché anche se cercheremo di stemperare certe ansie, si respirerà comunque un po’ di atmosfera da esame.  Finora, solo le crocette hanno fatto risultato e sono entrate nelle statistiche; da qualche tempo, dopo le innumerevoli contestazioni sull’efficacia di queste prove, si sta cominciando a parlare di valore aggiunto, quello che dovrebbe connotare la storia di ogni bambino/a. Bene, ci fa piacere, ma nessuno potrà mai convincerci che quello che è ogni bambino e bambina, nella sua interezza, potrà stare condensato nel risultato di un quiz. L’obiezione che sollevano di fronte ad affermazioni come la mia è che serve l’oggettività per poter rendere possibili dei confronti; d’accordo, basta però che non ci vogliano millantare che la presunta oggettività (ci sarebbe da dire molto sulla questione…) sia esaustiva nel dare informazioni sui livelli acquisiti da un soggetto in età evolutiva, anche solo per il fatto che gli ambiti indagati sono solo Italiano e Matematica…E tutto l’illuminanate lavoro di H.Garder sulle intelligenze multiple, lo cestiniamo disinvoltamente? Quanti interrogativi ancora si accenderebbero, ma mi sono già dilungata abbastanza…

Noi di 2°B affronteremo anche questa scadenza Invalsi con lo spirito che ci contraddistingue: noi non l’abbiamo scelto, ci cala dall’alto, ma non appena avremo eseguito il compito come “soldatini”, ritorneremo a creare, inventare, fantasticare, progettare, concretizzare percorsi da cui imparare con piacere.

Grazie per essere arrivati all’ultima parola.

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commenti
  1. Luisella ha detto:

    Cara Cristina, che dire? Sottoscrivo in pieno tutto quello che hai scritto, e non solo perché conosco il progetto, ma anche perché, mamma di un bambino che fino allo scorso anno andava a letto ogni sera con l’incubo di dover andare a scuola la mattina dopo, quest’anno, dopo aver iniziato un nuovo percorso nella tua scuola SZ, la mattina si alza felice ed è il primo ad essere pronto con la cartella in spalla. Come dici tu: il SZ moltiplica in modo direi esponenziale la motivazione a venire a scuola e ad apprendere da parte dei nostri bimbi! Ma non solo, ne consegue tutto quello che tu stessa hai spiegato nel tuo lungo e densissimo post. Dalla motivazione all’apprendimento il passo è breve, brevissimo. E i bambini imparano molto di più di quello che imparerebbero con un approccio tradizionale. E non imparano solo la matematica e l’italiano, bensì vengono valorizzati come persone a tutto tondo e in tutte le loro intelligenze multiple, e non sempre scontate (ma che la scuola “tradizionale”, di matrice gentiliana, categorizza in materie di serie A e di serie B). In realtà il progetto didattico del SZ fa con i bambini e nella classe quello che il nostro prof. sta facendo con noi. Crea una comunità in cui l’apprendimento è facilitato, le individualità sono valorizzate, i ritmi di tutti vengono rispettati. Ripropongo anche qui il video che ho postato nel mio blog, che mi sembra calzante con l’idea che ogni bambina o bambino sia diverso dagli altri, e che i BSE siano in realtà i bisogni di tutti. Se di ogni bambina o bambino si rispettano e valorizzano le peculiarità, tutto diventa più facile: http://www.youtube.com/watch?v=o8limRtHZPs

  2. franca rossi ha detto:

    Ciao Cristina, il vostro progetto SZ mi sembra un’idea coraggiosa che porterà sicuramente cambiamenti a lungo termine nelle relazioni scuola/allievi/famiglie e che restituisce alla valutazione il suo enorme valore, non di giudizio sulla persona, ma di informazione che deve essere utile per chi la riceve prima di tutto, utile per crescere, per apprendere, per appassionarsi allo studio.
    Buon lavoro!

  3. francescapal71 ha detto:

    Ciao Cristina, mi piace molto la “filosofia” alla base di questo modo di fare scuola. Penso però che non tutti gli insegnanti siano ancora pronti a mettersi così in gioco. Personalmente mi piacerebbe molto. Anzi, se hai voglia e tempo, porta ancora esempi di attività e di organizzazione…per conoscere meglio. Grazie

  4. Manuela ha detto:

    Molto interessante! Mi piacerebbe molto conoscere altri dettagli…
    Buona domenica

  5. valottof ha detto:

    Come minimo incuriosisce! Intanto mi segno il sito per darci almeno un’occhiata appena avrò un po’ di tempo.
    Grazie!

  6. anelim54 ha detto:

    ciao Cristina,
    ti ho inserito nel mio buco della serratura
    grazie

  7. Antonella T. ha detto:

    Ciao Cristina, ho letto il tuo post solo ora, fino all’ultima parola… Mi trovo perfettamente in sintonia con quanto dici, particolarmente sulla motivazione e il rispetto delle individualità. Tanto tempo fa, più o meno nel giurassico, nell’allora “scuola media”, io sono stata alunna in una classe sperimentale che seguiva principi didattici simili. Adoravo stare in classe, partecipare a tutte le attività. Ne siamo usciti tutti preparati, nulla da invidiare a chi aveva frequentato una scuola “tradizionale”, sia per i “saperi disciplinari” che per il “saper vivere”. L’unico problema è stato passare, nella scuola superiore, a un metodo di studio completamente diverso, un modus operandi che ci ha spiazzato e messo in difficoltà: alcuni l’hanno superato, altri un po’ meno… E’ quello che potrebbe accadere ai tuoi ragazzi, andando avanti, se non si riuscirà ad adattare la didattica dei successivi gradi di studio a questa impostazione. Si parla tanto di “curricolo verticale”, in tanti sensi, per creare questo raccordo tra i diversi gradi del percorso scolastico, ma, da sempre diffidente nei confronti di roboanti discorsi accademici che non trovano una realizzazione concreta ed efficace, ho il timore che ci possano volere tanti anni per raggiungere lo scopo…Questo non vuol dire assolutamente che sia la tua scuola a doversi appiattire sui metodi cosiddetti tradizionali: dalle informazioni che dai la trovo assolutamente positiva e molto interessante. Casomai dovrebbe avvenire il contrario, farla finita con le sperimentazioni eterne e cominciare a valorizzare ed estendere le pratiche didattiche capaci di migliorare motivazione e individualità. Complimenti per l’impegno e la passione che dimostri. 🙂

    • criszac68 ha detto:

      Grazie, Antonella, per la condivisione e la solidarietà. Ce ne vuole. Molto vero il timore che profili, ed è da tempo oggetto di dibattito all’interno del nostro Istituto, così da ridurre al minimo la forbice tra i due ordini di scuola. Abbiamo la fortuna di essere – non all’unanimità, ovviamente, – un gruppo di insegnanti di scuola primaria piuttosto combattive e grintose nel voler affermare, per i nostri bimbi, una scuola il più possibile attenta ai loro molteplici bisogni e a tutte le loro diversità: ed è su questi principi che stiamo cercando di coinvolgere la scuola secondaria di 1° grado, dove incontriamo personalità disposte a mettersi in gioco ed altre, invece, molto più legate ai programmi che non agli individui. La Preside è dalla nostra parte, anche se il suo è uno schieramento teorico e non fattivo, nel senso che lascia a noi, armate di pazienza e di buona volontà, il compito di promuovere iniziative che scuotano dalle loro certezze inossidabili… i/le colleghi/e della Media. Il sasso è stato lanciato e nessuna di noi tira indietro la mano…anzi, qualche cerchio concentrico si sta formando: ci muoviamo perché l’effetto sia espansivo.

      • Luisella ha detto:

        Spero veramente che riuscirete a far tracimare un bel po’ del Senza Zaino nella scuola secondaria, ce n’è veramente bisogno. La scuola secondaria inferiore è forse quella che ha veramente bisogno di promuovere una didattica inclusiva, collaborativa e al tempo stesso individualizzata, per valorizzare i punti di forza di ognuno e sostenere tutti nei propri punti deboli, in un’ottica di miglioramento, e non di competizione. È e deve essere la scuola di tutti e per tutti, non dimentichiamo che fino alla fine del biennio della secondaria superiore siamo nella scuola dell’obbligo, che deve formare l’uomo/la donna di domani e i/le cittadin*. E speriamo che queste esperienze si diffondano, è la prova che si può innovare partendo dalla didattica, e non necessariamente partendo dall’ultimo gadget tecnologico (che se c’è, tanto meglio, ma se non c’è, i paradigmi del sistema educativo si possono cambiare lo stesso!).

  8. Luisella ha detto:

    Una bella e ricca discussione sul perché con i corsi sulle tecnologie (e con i soli “gadget”) non si innova la didattica si trova qui. Il nostro MOOC è una cosa molto diversa, nel post che vi ho “linkato” si parla di corsi in cui si imparano a utilizzare nuovi strumenti tecnologici (LIM, tablet che dir si voglia) senza partire da una concezione altra del fare scuola (concezione che è invece ben presente, anzi portante, nel Senza Zaino).

  9. Luisella ha detto:

    Deco aver sbagliato qualcosa… ecco il link giusto (spero).

  10. Luisella ha detto:

    No…. è questo (Sorry!)

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