A proposito del bravo insegnante…

Pubblicato: 29 maggio 2013 in Varie
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L’interrogativo che sta circolando tra i blog e, quindi, in diigo, su “Chi è il bravo insegnante?”, mi ha parecchio stuzzicato, anche grazie alle riflessioni proposte da Sabina M. nel suo post come da maestroale.

Mi inserisco anch’io nella conversazione esprimendo alcune idee riguardo all’“identikit” del/la bravo/a insegnante, aggettivazione vaga e che si può vedere da diverse angolazioni. Già i colleghi sottolineavano che non sono i gadgets informatici a consentire il raggiungimento di questa qualifica; di sicuro, possono rendere tante attività più accattivanti, coinvolgenti ma sempre strumenti rimangono ed è chiaro che se per suscitare un certo interesse, è necessario aver dimestichezza dei nuovi linguaggi, l’essenza di tutto non è l’accessorio, ma rimane il come si instaurano le relazioni con i nostri/e alunni/e, anche avvalendosi di questi strumenti. Sono convinta, anche per esperienza sul campo – e so di essere in buona compagnia – del fatto che gli apprendimenti scaturiscono in larga parte da una buona e significativa relazione educativa docente/discenti, con questo non sottovalutando l’importanza della preparazione e competenza del primo riguardo alle proprie discipline di insegnamento, come nemmeno le differenti capacità dei secondi. Si può essere insegnanti particolarmente eruditi e magari anche disinvolti nell’uso delle nuove tecnologie, ma se in primo luogo non curiamo la relazione emotivo-affettiva con i nostri alunni, qualsiasi età abbiano, i nostri sforzi saranno vani, la distanza tra i due mondi si acuirà, anche se tenteremo l’attrattiva del gadgets che però rimane tale e dopo l’effetto novità, stufa se non si rinnova la motivazione grazie ad un rapporto che mescola giuste dosi di autorevolezza, tenerezza e fermezza.

L’indicazione di questi 3 ingredienti non è farina del mio sacco, è ripresa dalle molte ricette (sempre suscettibili di possibili aggiustamenti in base agli sviluppi della ricerca psico-pedagogica) forniteci dal prof. Giuntoli, di cui ho avuto modo di parlare in un post di qualche giorno fa, in quanto fautore del Progetto Galileo (con la prof. Bickel). Di recente, ho avuto modo di partecipare ad un suo corso sull’inclusione e, come sempre, certe sue affermazioni mi hanno scosso, non perché particolarmente innovative, ma perché vere nella loro semplicità. Sottolineare quanto sia decisivo trasmettere ai nostri alunni che per noi, sono “qualcuno”, che per noi contano, sono importanti, e di quanto sia devastante, invece, se si insinua l’idea, poi convinzione, di essere “nessuno”, non è raccontare la scoperta dell’ultimo minuto: ma quanti insegnanti sono consapevoli che le loro azioni, il loro modo di comunicare, di porsi, insomma, di essere in classe incide profondamente sulla stima di sé dei nostri studenti? Su, appunto, quella stima che se valorizzata nel modo giusto, fa da terreno fertile su cui innestare i diversi apprendimenti, che di sicuro porteranno a risultati migliori di quando il contesto fa sentire sminuiti, frustrati, incompresi. Giuntoli dà sempre molto risalto alla scuola come ambiente di relazioni positive e costruttive; nell’intervento in quel corso cui accennavo prima, ha detto: “La tecnologia deve essere al nostro servizio; se sostituisce l’umano, siamo su una strada sbagliata.

Qualche tempo fa, proprio sulla relazione educativa, avevo letto un bell’articolo di Ugo Avalle su L’altra scuola che specialmente nella seconda parte evidenzia aspetti nei quali mi riconosco e che cerco di infondere nella mia pratica quotidiana. Ad es., il considerare e vivere la relazione un “contatto d’anime”, senza misticismi, ma come ricerca di sintonia/empatia per cogliere al meglio bisogni e sogni…Come ho detto più volte, ci provo e non per il titolo della brava insegnante, ma perché ci credo e mi sollecita a migliorarmi sapendo che non è mai una volta per tutte…

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commenti
  1. sabinaminuto ha detto:

    Mi salvo l’articolo citato di Ugo Avalle per una lettura estiva.

    Grazie

  2. eddablog ha detto:

    Ho appena postato un articolo del prof. Giuntoli relativo all’argomento che vi interessa in http://marcondirondirondello.wordpress.com/2013/05/30/
    Mi sembra che in questo aspetto ci siano affinità tra Galileo e Senza Zaino, vero?

  3. maestro ale ha detto:

    ” ma se in primo luogo non curiamo la relazione emotivo-affettiva con
    i nostri alunni, qualsiasi età abbiano, i nostri sforzi saranno vani ”

    …..parole sante! (come avrebbe detto mia nonna)

  4. luigi1957 ha detto:

    condivido ed aggiungo … che l’educare (insegnare non è neutro e solo cognitivo ma entra sempre nell’educare …) non è questione di tecnica (anche se serve …) ma di relazione, cioè di presenza, autentica, discreta, attenta e rispettosa. la mia lunga esperienza con alunni disabili anche gravi mi ha insegnato proprio queso: o ti giochi con loro con autenticità, presenza, relazione vera o non c’è tecnica che tenga … e quanto faticoso è, a volte, riuscire ad entrare in relazione … e poi è necessario essere docenti consapevoli, metacognitvi per rendersi conto per esempio se stiamo giocando su “strategie” proiettivi delle ombre che abbiamo dentro … l’insegnante più saggio e formato è anche quello che lascia perdere il suo narcisistico io e riconosce una sconfitta di relazione, chiedendo magari al proprio dirigente di giocarsi in un altro ambito perchè con quel bambino, alunno, per mille motivi, dopo averle tentate tutte … non si riesce ad entrare in relazione …
    la fatica (e uno la deve sentire …) dell’insegnante non è solo nel preparare materiali e corregere compiti ma soprattutto nel giocarsi ogni giorno in relazione con …
    e sel’hai fatto bene , a fine carriera sei stanco, davvero stanco …
    Luigi

    • criszac68 ha detto:

      Grazie, Luigi, per le tue sentite parole. Mi hanno veramente colpito, ho percepito che ognuna era una riflesso di esperienze realmente vissute non sulla superficie, ma con la profondità di chi sta al pezzo tutti i giorni tra mille ostacoli, domande, inquietudini… si sa, non ci sono “ricette” valide una volta per tutte, c’è una messa in discussione permanente e chi l’accetta, inevitabilmente, ne esce più stanco/a ma anche più soddisfatto/a. Così si costruiscono relazioni più o meno riuscite, ma comunque ricercate; in altro modo, si perpetua la concezione che i/le nostri/e alunni/e siano “vasi da riempire”…

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