Archivio per luglio, 2013

In questa torrida domenica di fine luglio, avendo scelto, per varie ragioni, di rimanermene a casa evitando calca sulle spiagge e file chilometriche sulle strade, ho colto l’importante sollecitazione del prof per ciò che riguarda il controverso tema della Valutazione.

Già in passato mi era capitato di affrontarlo e di confrontarmi con diversi insegnanti, anche loro sempre dibattuti nel momento in cui, non per scelta ma per coercizione, dobbiamo quantificare numericamente l’apprendimento dei nostri/e studenti/esse. E siccome per molti di noi la valutazione è un processo più ampio e complesso, che comprende sia la nostra Autovalutazione come quella dei nostri/allievi/e, estesa a tutto il processo, quindi il percorso con cui si è snodato l’insegnare e l’imparare, non circoscrivibile al considerare solo la mera prestazione finale, sono davvero tanti i pruriti che ci assalgono quando si tratta di assolvere al dovere richiestoci per legge (che perlomeno alla Scuola Primaria incombe solo per la pagella, dato che ancora si può esercitare la libertà di avvalersi del giudizio su quaderni e registri, se il DS non è un convinto leguleio …e noi godiamo di questa fortuna).

Questa è stata uno dei tanti Decreti Legge calati dall’alto, senza discussione alcuna con la base, termine che si sta quasi facendo obsoleto tenendo conto di come si stanno muovendo da tempo i nostri governanti. La “base”, purtroppo, è stata capace di grandi slanci, di momenti di mobilitazione preziosa che, anche se non del tutto dispersi, sono molto rifluiti evidenziando ancor più le contraddizioni che ci sono sempre state al nostro interno, una categoria, quella docente, che troppo spesso si è vissuta nella separatezza tra ordini di scuola, come se ognuna fosse un “orticello a sé”. E la questione “voto” ha fatto riemergere queste discrepanze, per cui se noi della Primaria siamo state le/i prime/i a dare battaglia, le/i colleghe/i della Secondaria di 1° e 2° grado, in larga maggioranza, accoglievano con benevolenza il ritorno al voto quasi come una “forma di riscatto sociale” della categoria, che a parere di molti poteva riacquisire così la sua autorità (ovvio, non autorevolezza).

E’ stato con enorme piacere scoprire che i tanti compagni/e di viaggio nel cMOOC manifestavano le mie stesse posizioni, o quanto meno inquietudini, come lo stesso prof – e in ambito universitario, la faccenda si fa ancora più complicata – ci ha esplicitato per condividere con lui una fase non lineare, che richiede ponderazione…Ancora una volta, il fatto che ci abbia esternato le sue riflessioni accorciando, come in tante altre occasioni, le distanze tra noi studenti/esse e lui come docente, è ulteriore riprova di una sua precisa scelta di metodo: l'”umanizzazione” di tutto ciò che si fa, che sa dosare umiltà e consapevolezza di capacità allo stesso tempo, in una ricerca continua che fa dell’insegnare-imparare una spirale virtuosa mai paga.

Sempre per arricchire il già nutrito bagaglio sulla Valutazione, volevo aggiungere altro materiale del Progetto Senza Zaino, stilato dal fondatore Marco Orsi, che mette in luce tutto il valore che ha l’attività in sé, da considerarsi non solo un mezzo ma anche un fine. Gli articoli e le slide danno molti spunti. A voi una “calda lettura”….

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Tante sono le riflessioni che in questi giorni di caldo crescente, mi stanno ronzando per la testa, molto stimolate dalle miserie che continuano a incancrenire la scena politica italiana, ma soprattutto dalle vorticose vicende internazionali: dall’infuocata Piazza Tahir, dove è in atto una durissima mobilitazione che non accenna ad affievolirsi, per la tenacia dei protagonisti, fino alla Bulgaria, dove da pochi giorni sappiamo che sono in corso agguerrite manifestazioni di piazza, scoppiate da più di un mese, contro la corruzione dell’attuale governo….senza dimenticare il rinfocolare di tensioni solo sopite nelle banlieu parigine, dove la pochezza dei mass-media vuol contrabbandarci che gli scontri sorti sono solo una questione di chador che copre il volto femminile

E’ da tempo che sono amareggiata di fronte alla perenne distorsione/mistificazione delle notizie e mi sta pesando più che mai, anche perché sempre di più è evidente come il mondo entri a casa nostra ed il tentativo di chi ancora pensa di poterlo lasciar fuori ed ignorarlo, non solo è fallimentare ma relega in un individualismo cieco ed abietto. Scegliere di immergersi nell’incedere tumultuoso della vicenda umana su questo pianeta porta con sé luci ed ombre, è foriero di insicurezze, senso di impotenza ma anche, sapendo leggere la realtà, non con le lenti deformate dell’informazione sistemica – che, ovviamente, punta al mantenimento dello statu quo – di speranze, di germi di possibilità che possa affermarsi qualcosa di nuovo, di migliore. Su questo penso tra l’altro, che le nuove tecnologie possano giocare un ruolo, non determinante, perché determinante è il protagonismo delle persone e perciò le loro scelte, ma di certo significativo, anche solo nella progettazione di percorsi di lotta – le Primavere arabe hanno viaggiato molto sul web prima di tradursi in piazze straripanti – che poi hanno bisogno di soggetti in carne ed ossa per trasformarli in azioni conseguenti e mirate.

Piazza Tahir

In questo senso, si inserisce anche la scarcerazione di una “madre coraggio cinese”, cui qualche anno fa era stata rapita la figlia per introdurla nel mercato della prostituzione; questa donna si è battuta strenuamente per il ritrovamento della figlia e ha denunciato con forza i suoi carnefici, guarda caso dei “pezzi grossi” che godevano della protezione governativa. Poiché la donna ha perseverato nella sua opera di denuncia, è stata messa in prigione…e qui, entra in gioco l’enorme tam tam che si è dato via internet, inaspettato da parte del governo che, così, considerato il montare di una piccola rivoluzione, ha visto bene di accondiscendere alla richiesta di liberazione di quella che ormai era diventata un’eroina (ho letto la notizia su “Repubblica” di più di una settimana fa)

Come dicevo prima, questa è un’epoca di chiaro-scuri, verso la quale noi che facciamo educazione/formazione è importante saper mantener dritta la barra; mi è capitato di recente di aver fatto delle letture del sociologo tedesco Z. Bauman che, soprattutto in “Conversazioni sull’educazione” sottolinea la centralità del valore della speranza, affidando a noi educatori il compito di coltivarla ma non con l’ottimismo insulso e sterile del “pensare positivo tout court” (certo, meglio che pensare negativo, ma non è questo il nocciolo), ma con la consapevolezza che i nostri messaggi ed i nostri atteggiamenti possono creare partecipazione attiva nei nostri/e studenti/sse o rassegnazione e qualunquismo.

In questo, credo molto e mi porta ad affermare che possono cambiare anche i mezzi: tecnologie al posto degli strumenti finora adoperati, ma la sostanza non è quella: l’innovazione se non è accompagnata da una metodologia motivante e suscitante protagonismo è un dejà vu, oltretutto molto più costoso.

Che strana impressione…per meglio dire, emozione, visto che era già da un po’ che non mi addentravo e passeggiavo nel mio blog…La diserzione, diciamo così, è avvenuta per
scelta consapevole, dettata da un lato dal peso di una certa stanchezza post lavoro assai gravoso sui Questionari di soddisfazione di Istituto – tra scrutinio e trasposizione dati in grafici, il fardello non è stato da poco – e da un lato la volontà di assumere la postura di chi fa da spettatrice comunque attiva, non supina, di tutto quel caleidoscopico mondo digitale di cui è entrata a far parte…

Ogni tanto, serve anche questo, o perlomeno, questo è stato fruttuoso per me, che finora non avevo prestato un’adeguata attenzione ai/alle miei/mie compagni/e di viaggio in questo percorso, giudicato all’unanimità così appagante, tanto da suffragarne il proseguo. Come ho detto, questo apparente silenzio è stato in realtà per me un tumultuare di pensieri talvolta anche fragoroso per le numerose riflessioni e i tanti stimoli suscitati, sempre per la positiva perché mi ha consentito di approfondire la conoscenza dei molteplici abitanti del villaggio, ricercando una prossimità più vera, più profonda per quanto sviluppata virtualmente.

Più volte ho dato risalto al valore che ha per me la dimensione umana, quella che mi sollecita quotidianamente a provare a relazionarmi scevra da ogni prevenzione o luogo comune, perché veramente credo che le possibilità di cambiamento, per le quali combatto, siano insite in noi esseri umani, ovvio, non così come siamo; qui, entra in gioco la scelta di autosuperarci e autotrasformarci rispetto alle tante brutture che ci caratterizzano per far prevalere le facoltà benefiche di cui la nostra specie continua a dare prova, ma in modo episodico.

Non è mia intenzione filosofeggiare, anzi, perché tutto questo, per me, si cala nella realtà e prova ad essere approccio umanista in ogni circostanza, per cui non poteva essere diversamente anche nel cMOOC, dove la la formazione è stata fatta non solo dal prof, ma da tutto quel pullulare di anime che strenuamente hanno animato, con il loro post, ogni lezione…. Le parole del prof, nell’articolo di ieri sera, sono sacrosante, quando sottolineava il valore, nell’apprendimento a qualsiasi età, dell’interazione tra i protagonisti dell’azione educativa, da far trascrescere in cooperazione attraverso l’esperienza: le vuote formulette alimentano il nozionismo, servono a sciorinare erudizione astratta che frana quando si scontra con i problemi della realtà. Il solipsismo in educazione è perdente, sia che a metterlo in atto sia il docente che il discente; vero è che l’impronta del primo è determinante l’atteggiamento del secondo, per cui da insegnanti autocentrati non ci si potranno aspettare capacità collaborative da parte degli/le studenti/tesse e, solitamente, insegnanti di quella fatta son molto affezionati alle loro inossidabili formulette da ripresentarsi fedelmente, senza cambiare una virgola. La creatività, il pensiero divergente, l’immaginazione sono mal tollerate e perciò frustrate.

Da quello che ho potuto carpire dalla mia esplorazione conoscitiva nel villaggio, molte colleghe lamentano proprio di essere circondate da persone con le quali la condivisione di finalità educative imperniate sul soggetto che apprende e non solo sui contenuti, o peggio, sui programmi, è faticosa e, spesso, disarmante perché si parlano lingue diverse: quella del come si insegna e come si impara cozza inesorabilmente con quella di chi fa dell’apprendimento una mera questione di quantità. Ritorna in ballo la questione della relazionalità tra i diversi attori e attrici sulla scena dell’insegnare/imparare, e ad essa si collega inevitabilmente la visione che si ha della valutazione, se si reputa che la misurazione, il numero, la media matematica come diceva Marina P.( in “Anatomia di un esame”) , sia in grado di condensare il complesso percorso intrapreso da ogni ragazzo/a, oppure se tutto questo, anche se ci tocca perché è legge, è visto come riduttivo, parziale, mortificante e perciò da smitizzare. E la riflessione sviscerata (rimanendo in tema di “anatomia”…) da Marina è a questo proposito, più che esaustiva ed efficace. Tra l’altro, il suo proposito di attivare percorsi di autovalutazione negoziata con gli/le studenti/tesse mi trova molto d’accordo come metodologia per suscitarne una partecipazione consapevole non rivolta solo alla prestazione finale, bensì a tutte le tappe della propria crescita in senso globale. In alcuni articoli di qualche tempo fa, mi ero soffermata sulla valenza costruttiva delle Rubriche di Autovalutazione, su cui intendo ritornare anche perché ne farò oggetto di studio più accurato prossimamente.

Non sto divagando rispetto al mio obiettivo iniziale, cioè di sottolineare il senso di pienezza e soddisfazione conseguente all’azione di aver scelto di ampliare la conoscenza della tribù “cMOOC”, quello che dicevo ne è parte…ma volevo anche riportare la mia ammirazione e stima nei confronti di quei/le colleghi/e che si sono ingegnati nella conversazione in inglese per la presentazione delle peculiarità del nostro Mooc italiano….se da un lato, in questo caso, si è trattato di un guardare compiaciuto per il lavoro altrui, ma senza poter frugare per attingere e beneficiare… per l’inespugnabile “roccaforte” della lingua inglese, causa ignoranza a 360°, però ugualmente la mia è stata una forte partecipazione emotiva, che ha avvallato ancora di più quello che sostengo sulla nostra categoria: sì, ci sono i lagnosi, i rassegnati, gli sfiduciati, i demotivati…., ma quanto è importante non confondere la parte per il tutto: perché ci sono anche gli appassionati,gli impegnati, i coraggiosi, i volenterosi, i cocciuti, gli irriducibili…, insomma quelli che cercano di dare il meglio della loro umanità, quella stessa che cercano di far venire fuori al meglio in quei giovani che la sorte ha loro affidato…