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Tante sono le riflessioni che in questi giorni di caldo crescente, mi stanno ronzando per la testa, molto stimolate dalle miserie che continuano a incancrenire la scena politica italiana, ma soprattutto dalle vorticose vicende internazionali: dall’infuocata Piazza Tahir, dove è in atto una durissima mobilitazione che non accenna ad affievolirsi, per la tenacia dei protagonisti, fino alla Bulgaria, dove da pochi giorni sappiamo che sono in corso agguerrite manifestazioni di piazza, scoppiate da più di un mese, contro la corruzione dell’attuale governo….senza dimenticare il rinfocolare di tensioni solo sopite nelle banlieu parigine, dove la pochezza dei mass-media vuol contrabbandarci che gli scontri sorti sono solo una questione di chador che copre il volto femminile

E’ da tempo che sono amareggiata di fronte alla perenne distorsione/mistificazione delle notizie e mi sta pesando più che mai, anche perché sempre di più è evidente come il mondo entri a casa nostra ed il tentativo di chi ancora pensa di poterlo lasciar fuori ed ignorarlo, non solo è fallimentare ma relega in un individualismo cieco ed abietto. Scegliere di immergersi nell’incedere tumultuoso della vicenda umana su questo pianeta porta con sé luci ed ombre, è foriero di insicurezze, senso di impotenza ma anche, sapendo leggere la realtà, non con le lenti deformate dell’informazione sistemica – che, ovviamente, punta al mantenimento dello statu quo – di speranze, di germi di possibilità che possa affermarsi qualcosa di nuovo, di migliore. Su questo penso tra l’altro, che le nuove tecnologie possano giocare un ruolo, non determinante, perché determinante è il protagonismo delle persone e perciò le loro scelte, ma di certo significativo, anche solo nella progettazione di percorsi di lotta – le Primavere arabe hanno viaggiato molto sul web prima di tradursi in piazze straripanti – che poi hanno bisogno di soggetti in carne ed ossa per trasformarli in azioni conseguenti e mirate.

Piazza Tahir

In questo senso, si inserisce anche la scarcerazione di una “madre coraggio cinese”, cui qualche anno fa era stata rapita la figlia per introdurla nel mercato della prostituzione; questa donna si è battuta strenuamente per il ritrovamento della figlia e ha denunciato con forza i suoi carnefici, guarda caso dei “pezzi grossi” che godevano della protezione governativa. Poiché la donna ha perseverato nella sua opera di denuncia, è stata messa in prigione…e qui, entra in gioco l’enorme tam tam che si è dato via internet, inaspettato da parte del governo che, così, considerato il montare di una piccola rivoluzione, ha visto bene di accondiscendere alla richiesta di liberazione di quella che ormai era diventata un’eroina (ho letto la notizia su “Repubblica” di più di una settimana fa)

Come dicevo prima, questa è un’epoca di chiaro-scuri, verso la quale noi che facciamo educazione/formazione è importante saper mantener dritta la barra; mi è capitato di recente di aver fatto delle letture del sociologo tedesco Z. Bauman che, soprattutto in “Conversazioni sull’educazione” sottolinea la centralità del valore della speranza, affidando a noi educatori il compito di coltivarla ma non con l’ottimismo insulso e sterile del “pensare positivo tout court” (certo, meglio che pensare negativo, ma non è questo il nocciolo), ma con la consapevolezza che i nostri messaggi ed i nostri atteggiamenti possono creare partecipazione attiva nei nostri/e studenti/sse o rassegnazione e qualunquismo.

In questo, credo molto e mi porta ad affermare che possono cambiare anche i mezzi: tecnologie al posto degli strumenti finora adoperati, ma la sostanza non è quella: l’innovazione se non è accompagnata da una metodologia motivante e suscitante protagonismo è un dejà vu, oltretutto molto più costoso.

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Per ragioni di esaurimento cellule…in seguito a giornate megaroventi – e so di descrivere la situazione di molti -, non mi dilungherò molto. Ma avevo voglia di condividere virtualmennte frammenti di riflessioni che mi hanno accompagnato in questi giorni. Proprio quando la stanchezza si fa sentire di più, passo al contrattacco attraverso letture edificanti e rivitalizzanti, come alcuni passi degli scritti di Danilo Dolci e le sue poesie, come quella che qui inserisco che mi rafforza ogni volta di più in quello che credo.

Sono sempre più convinta che il nostro ruolo di insegnanti/educatori sia quello di sollecitare il protagonismo attivo dei nostri/e bimbi/e, perché se la passività e l’acquiescenza sono da sempre atteggiamenti da rifuggire, ora questo è vero più che mai nella decadenza socio-culturale che ci attanaglia. Anche la nostra didattica non può prescindere da questo, per cui quando maestroale nel suo post, in maniera molto semplice ma coinvolgente, ci ha descritto un’attività improvvisata, si fa per dire (per la tanta esperienza dietro, fatta di teoria messa al servizio della prassi quotidiana, se non ho dedotto male da quel po’ che mi son letta di maestro ale…) in cui ai bambini è stato proposto di rielaborare una storia uscendo dalla routine dei quaderni, spesso anche prigionia della creatività e libera espressione, con modalità certo più originali di quelle dell’ordinario, è naturale il successo che è stato riscosso: da semplice esecutore, ogni bimbo è diventato protagonista, ha potuto fare delle scelte e personalizzare il suo contributo per l’obiettivo indicato. Soddisfatti i bimbi, soddisfatto il maestro.

E chi ha letto – come me -, ha partecipato delle stesse sensazioni/emozioni tante volte provate quando si dà spazio a questo tipo di scuola, che dovrebbe essere più quotidiana e meno occasionale. Sempre proiettati verso il futuro, per cui il presente ha bisogno di essere nutrito di quel sogno a cui Danilo Dolci ha dedicato la sua vita.

Non me ne vorrà Sabina, il mio non è un plagio….ma è da un suo recente post – tra i molteplici che ultimamente ha prodotto, tutti per me di grande interesse e stimolo – che traggo spunto per tratteggiare anch’io una sorta di bilancio/rilancio relativo al (per)corso intrapreso, direi, appassionatamente, in queste settimane.

Parto dal bilancio:

  1. Ho piuttosto temerariamente accettato una sfida: quella di un corso/percorso cMOOC che mi poneva di fronte difficoltà giudicate da me, prima dell’avventura, pressoché insormontabili: i miei livelli di alfabetizzazione informatica erano poco più che elementari, per cui oggi posso affermare con soddisfazione non solo di aver tenuto botta, ma anche di aver fatto progressi in un linguaggio, ora non più così criptico.

  2. Vivo positivamente il fatto di essere riuscita non solo ad aprire un blog, ma anche di averlo reso attivo attraverso pezzi di me, i miei post, una sorta di carta di identità attraverso la quale mi sono fatta conoscere e ho comunicato con tante altre persone, a me accomunate da importanti finalità educative/formative.

  3. Attraverso una guida “illuminata”, non solo per preparazione in materia, ma anche per lo spessore umano di cui sono impregnate le sue lezioni, mi sono inoltrata nell’intrigo dei codici HTML: a poco a poco, mi sono districata anche grazie a quel certo fascino che esercitavano su di me…e così, ora me ne avvalgo costantemente nei miei post, sempre in modalità text; anche capire la differenza con i file OPLM è stato discretamente avvincente.

  4. Last but no least, quello che mi ha soprattutto sorretto nella motivazione a non demordere, nonostante i numerosi intoppi (impegni lavorativi, carico familiare, varie ed eventuali..), è stato l’aver potuto conoscere e cominciare ad intessere rapporti significativi con tante/i colleghe/i che mi sono sembrati una vera miniera di saperi, umanità, passioni, idealità, determinazione, per cui lo squadernarsi progressivo di questo “prezioso materiale umano”, mi ha “ammaliato”(diigo ha colto nel segno…): è stata un’energica iniezione di ottimismo nei confronti della nostra categoria, di cui in qualsiasi occasione prendo le difese, perché convinta che sì ci sono tanti difetti, ma i pregi sopravanzano di gran lunga…e questa esperienza è stata un’ulteriore conferma.

  5. Quindi, in conclusione di bilancio: il mio apprendimento è in divenire, vale a dire che: – ho assimilato nuove conoscenze che vivo come anticamera di quelle future, perché ormai “sono in ballo e mi fa piacere ballare…”; – è mia ferma intenzione approfondire la conoscenza e la relazione con molte persone che devo al cMOOC di aver potuto incontrare: i rapporti possono farsi più fecondi di quelli finora delineati, mediante uno scambio più dettagliato di esperienze professionali.

    E qui il collegamento con il rilancio
    vien da sé…

    1. …Ma con una precisazione: se è mio proposito costruire relazioni professionali via web meno dispersive e più proficue, dall’altro sottolineo un distinguo con quanto manifestato da varie colleghe che nei loro post lamentano di essere “vittime” di corsi di formazione deludenti e frustranti sotto tutti gli aspetti e di non poter contare su un ambiente umano stimolante, incoraggiante o comunque sufficientemente motivato, anzi ho capito che molte si scontrano con atteggiamenti di rassegnazione e passività…Questo non è il mio caso, fortunatamente: niente di idilliaco, ovvio, ma dalle mie parti, si continuano a fare aggiornamenti – non tutti, ma la maggioranza -che danno qualcosa, da cui si esce con qualche riflessione utile in più per la testa…ed il mio ambiente di lavoro – come quelli del mio passato – è formato da docenti, in larga parte, aperti e disponibili al nuovo, gente che non si chiude nella propria classe, ma che prova a vivere nel concreto lo spirito di un Istituto Comprensivo, continuando a credere che la continuità verticale sia un valore. E questo con i “tempi bui” che sono calati sulla scuola…
      La premessa è stata per dire che non mi rinfranco solo quando mi aggiro nel villaggio e leggo post che mi ispirano, mi stimolano e accendono interessi e riflessioni, perché se è vero che dentro ogni post ci siamo noi, che a pilotare la tastiera della macchina ci sono persone fatte di ragione e sentimento, personalmente non potrei mai – e ripeto, so di essere fortunata – “rintanarmi” nel web, che se anche ho scoperto tramite questo percorso, non essere “isolamento” se si ricercano significati comuni, è pur vero che la relazionalità del rapporto diretto rimane unica, ineguagliabile, quella che maggiormente riflette le potenzialità della specie umana, specie sociale per antonomasia…

    2. Mi pongo l’obiettivo di conoscere meglio per farne poi uso, strumenti come Piratepad per capirne la possibile applicazione con i bambini; mi intriga la possibilità di realizzare un blog di classe dove far scrivere i bambini ma allargandolo anche ai genitori, proponendo un lavoro collaborativo genitori/figli che potrebbe essere coinvolgente e dai risvolti interessanti; aggiungo che mi sento molto stuzzicata dalla piattaforma Susydiario come l’ha efficacemente presentata Valotto nel suo ultimo post.

      Insomma, abbiamo ancora un bel pezzo di strada da percorrere insieme…

Le considerazioni che qui scriverò nascono in seguito ad un’interessante conversazione via post che ho intrattenuto ieri sera con sabinaminuto, dopo la pubblicazione del suo post che qui riporto.

L’argomento in questione, ossia lo stretto legame tra pensiero e linguaggio e il valore indiscusso dell’esperienza per lo sviluppo di entrambi, da anni mi sta a cuore e ho cercato di tradurre in pratica quotidiana i cardini della ricerca teorica al riguardo, grazie soprattutto all’incontro decisivo con la prof J. Bickel e il prof. g. Giuntoli con i quali ho potuto intessere una feconda relazione professionale per 8 anni. Nello stralcio che Sabina ha riportato di un libro della Bickel, la prof rimanda al Progetto Galileo, che è appunto, un ampio ed articolato progetto volto alla rilevazione precoce del disagio scolastico mediante specifici strumenti (Protocollo di verifica iniziale e finale) ed attuabile solo se ne sono consapevolmente coinvolti insegnanti e genitori.
Dopo la mia risposta al suo post, Sabina giustamente mi domandava se, alla realizzazione di tutto questo, non si erano frapposti ostacoli inerenti soprattutto la sfiducia e la demotivazione dei/le colleghi/e, che è una realtà con cui dover fare i conti, forse però più serpeggiante oggi che non negli anni ’94/’95, quando il Galileo è decollato nell’allora 2°Circolo di Pontedera, oggi I.C. Gandhi; da quei tempi remoti, il sodalizio perdura alla luce dei risultati ottenuti che avvalorano e premiano il consistente investimento di energie richieste alle insegnanti.

Si tratta, infatti, di un progetto corposo, con il suo Protocollo di verifica che individualmente deve essere somministrato (per usare il termine tecnico appropriato…) ad ogni alunno/a all’inizio dell’anno; prima, durante ed alla fine del percorso, ogni anno sono previsti incontri di formazione per docenti e per genitori: i primi, per arricchirsi sul terreno delle ultime ricerche in materia di linguaggio e pensiero, i secondi per acquisire una maggiore consapevolezza del loro ruolo educativo, soprattutto nella relazione con i propri figli, per il peso che ha sulla crescita o meno della stima di sé; durante l’anno, si attivano interventi mirati in piccolo gruppo – che per i due prof è una sorta di dogma educativo/didattico, imprescindibile se non si vuole disperdere il nostro lavoro – ed al termine, si ripresenta il Protocollo per un bilancio complessivo. Proprio perché i due prof citati sostengono che la partita dello sviluppo delle proprie capacità si giochi significativamente fino agli 8 anni di vita, è chiaro che il Progetto necessariamente deve fare della Scuola dell’Infanzia il suo luogo privilegiato: da noi è così, le nostre scuole 3-6, come già accennavo, hanno già accumulato al riguardo un’esperienza quasi ventennale, a riprova che il gioco vale la candela.

Penso che dal mio excursus si evinca come la complessità del Progetto comporti tempi ed organizzazione interna della scuola congegnati per la sua realizzazione; ed è stato così che, con il mio passaggio alla scuola primaria, tra l’altro coinciso con l’incedere nefasto della politica dei tagli, il progetto non ha potuto avere in questo ordine di scuola, la continuità che meritava. Sempre per rispondere a Sabina, la mia “battaglia” tenace è naufragata non per lassismo o passività delle colleghe, ma per reali motivazioni che ne rendevano troppo accidentata l’applicazione; ciò, però, ha generato un fermento di messa in discussione da cui è scaturita la decisione due anni fa di imbarcarci nell’impresa del Progetto Senza Zaino, che per metodologie ed organizzazione degli spazi è affluente alle caratteristiche del Galileo.
Prima di lasciare alcune indicazioni bibliografiche, le mie “bibbie” di questi anni, concludo con una citazione estrapolata proprio dall’introduzione di uno dei testi fondamentali dei due saggi: ” Educare, formare, insegnare” (editore Books & Company):

“…sono gli insegnanti a dover adattare flessibilmente i programmi scolastici ad ogni bambino, per garantire che l’istruzione diventi un’attività facile, piacevole ad alla portata di tutti (! è mio il punto esclamativo…) Innanzitutto, appare opportuno che gli insegnanti, consapevoli del ruolo fondamentale della motivazione nell’apprendimento, si preoccupino sempre di curare, anche prima della didattica, la relazione con i propri alunni, privilegiando per tutti il “ben essere” ed il successo a scuola, per la costruzione in ognuno della fiducia in sé e nelle proprie capacità…La cosa più importante che i bambini possono apprendere in una scuola moderna è come imparare. E qui rimando a tutto il “manualone”…
Meditiamo, gente, meditiamo…

Della Books & Company:
“Faccio, parlo e penso” (J. Bickel, A. Bruschi, M. Leporatti)
“Conto e ragiono senza problemi” (stesse autrici)
“Leggo e scrivo con entusiasmo” (J. Bickel)
“Come educare i figli presto e bene” (J. Bickel, G. Baracchini Muratorio)

Della Belforte Editore Libraio:
“Apprendere bene, studiare con entusiasmo” (j. Bickel) (lo consiglio…)
ed il datato, ma insuperato : “L’educazione formativa- guida alla formazione creativa del pensiero e del linguaggio” (J.Bickel)

Aggiungo anche il link del centro Rodari della Valdera che dà alcune informazioni utili sul Progetto Galileo.

In questi giorni di gran fermento in diigo, esperienza che sta interessando ed appassionando un bel numero di persone del mondo della scuola, alcune riflessioni si son fatte strada tra i miei pensieri e ho deciso di esternarle auspicando un utile scambio. Allora, in primo luogo, ho toccato con mano la molteplicità di persone che compongono #litis13 e questo è un effetto non da poco, soprattutto quando aprendo la pagina My group, appare uno stuolo di titoli e tags, ognuno dei quali rappresenta gli interessi, le opinioni, le idee di ciascuno di noi e questo dà la misura di una ricchezza, direi di un “patrimonio umano” di grande valore. Come ho più volte sottolineato nei miei scritti, sono una che da sempre, e soprattutto in questi tempi bui di individualismo diffuso, dà importanza alle relazioni dirette tra individui, quelle del sapersi guardare negli occhi, sapersi ascoltare e dialogare, peculiarità della specie umana che deve essere coltivata e rafforzata, soprattutto se all’insegna di alti valori, come la solidarietà, la reciproca comprensione, la lealtà, l’amicizia; bene, questo aspetto in una comunicazione virtuale è penalizzato perché il messaggio è veicolato da una macchina, però questa esperienza mi sta inducendo a rintracciare l’umano dove questo è, perché la macchina non l’ha potuto inficiare. E quindi, la mia attenzione è stata catturata proprio dalla qualità del messaggio, come anche da certe scelte grafiche, che mi ha fatto scoprire il piccolo mondo di ciascuno di noi, così vivo, desideroso di imparare dagli/dalle altri/e – dote piuttosto fuori moda – e perciò intenzionalmente senza confini, senza gli steccati delle verità assolute, non per questo senza principi, ma con la pearmeabilità verso il nuovo che arricchisce e può rendere persone migliori. C’è un conversare in diigo, un conversare a distanza, ma con la prossimità degli intenti, che è anche ulteriore prova di quanto la categoria insegnanti(usando un termine sindacale) non sia poi così demotivata, depressa o, peggio, indolente come più di qualcuno la dipinge…sono sempre stata urtata da queste illazioni, perché anche se ognuno di noi conosce lo sfaticato o il disfattista di turno (magari anche più di uno) non sono la maggioranza. E diciamocelo, è grazie a questa maggioranza, al suo zelo, nonostante tutto, che la scuola pubblica italiana è andata avanti negli ultimi vent’anni.

Se questo tipo di esperienza, così dinamica, come si sarà capito, è per me avvincente ed è fonte di sicura crescita professionale, c’è però un aspetto che per ora vedo statico. Mi spiego: sono un’insegnante di scuola primaria, dove sono arrivata dopo 19 anni di lavoro nella scuola dell’infanzia; ora la mia carriera scolastica ne annovera 26 di anni anni passati in questo ambiente per me sempre foriero di stimoli a partire da quello che tutti i giorni ci propongono i nostri bimbi. Sì, perché nella scuola primaria di bimbi e bimbe si tratta; ora, i miei di 2°, hanno 7-8 anni, quando li lascerò in 5° ne avranno quasi 11 ed il “fattore età” ha la sua importanza. Dico questo perché quando leggo, con interesse, le esperienze dei ragazzi alle Medie o alle Superiori, dove giustamente si propone loro anche di costruirsi un blog e con quello creare un lavoro in rete sicuramente fruttuoso per tutta la classe, nella primaria questo non può avvenire ed è anche giusto che sia così. Nella mia scuola, abbiamo un buon laboratorio di informatica – mentre i pc in classe sono del giurassico e, per giunta, scassati -, dove è installata anche una LIM; poi, c’è un’altra LIM in un’altra aula dove è presente una 2°, la cui insegnante è la nostra FS proprio sull’informatica ed è al momento l’unica in grado di realizzare lavori meritevoli con la LIM. Imparare ad usare questo strumento come integrazione, ampliamento dell’attività di classe è di sicuro un obiettivo da non trascurare (abbiamo iniziato infatti tra noi un autoaggioramento)…ma per il resto, domando: quello che stiamo apprendendo nel cMOOC quanto può essere calato in una scuola primaria? O forse sto ponendo questa domanda prematuramente, perché magari tra un po’ scopriremo altre sistemi che possono essere contestualizzati anche in questa realtà… Rimane comunque per me saldo il principio per cui nella scuola primaria, gli apprendimenti sono significativi, quindi si trasformano in competenze, quando si danno attraverso l’esperienza diretta, la sensorialità, il corpo, mediante la metodologia della Ricerca/Azione che rende ciascuno/a protagonista del suo percorso. Anche la nostra scelta di mettere in atto il progetto Senza Zaino, rispecchia questo “credo pedagogico”.
Che ne pensate? Sono io ancora poco duttile in materia?

Prima di accomiatarmi, vi lascio un link sulla splendida Mostra “La primavera del Rinascimento” a Palazzo Strozzi (Firenze). Con la mia 2°, ci siamo andati giovedì scorso, una bella gita nel capoluogo toscano che ha avuto come meta, tra le altre, anche questa mostra che ha ammaliato piccoli e grandi. In laboratorio, ce l’eravamo pregustata sullo schermo del pc, ma che emozione vedere dal vivo queste opere…
http://www.palazzostrozzi.org/Sezione.jsp?idSezione=937

Ho trovato un numero un po’ datato della rivista “Rassegna” dell’Istituto Pedagogico (così si chiama), e se anche la sua pubblicazione risale a 5 anni or sono, ci sono molti articoli e relativi contenuti che sono ancora di grande attualità…le buone riflessioni non invecchiano, magari si riaggiornano, ma non perdono il loro smalto concettuale di fondo. Ed in questo caso, il nocciolo è rappresentato dalla valutazione, terreno scivoloso su cui la scuola italiana, guardandola non dal “basso”, ma per ciò che attiene le scelte ministeriali, ha tenuto un atteggiamento ondivago per finire con il ritorno al voto numerico, quando era stato affossato per avvedute ragioni pedagogiche in tempi non molto remoti.

Segnalo in particolare l’articolo da pag 28 in poi, scritto da M.Orsi, dal titolo emblematico: “Valutazione dell’apprendimento o per l’aprendimento?, in cui sviluppa tutta una serie di questioni, a mio avviso, convincenti, sul fatto che spesso il valutare ha finito per essere totalizzante, l’obiettivo principe di molti/e insegnanti, sottomettendo l’ambito delle attività, di quel fare, di quell’operare a scuola, attraverso una didattica laboratoriale, sacrificata sull’altare della misurazione e mortificata dal prevalere del “fotocopificio” sempre attivo, come sono diventate tante scuole.
Leggevo alcuni post del (per)corso cMOOC che sottolineavano la necessità di valorizzare la curiosità, la creatività, l’immaginazione, lo spirito di ricerca che nei nostri bimbi sono costantemente accesi: questo ha bisogno di tempi ed organizzazione altra rispetto a quella tradizionale, di sicuro di molto impegno da parte nostra ma, se c’è motivazione, è certo che sapremo raccoglierne i frutti. Quelli che da una triste fotocopia non si potranno mai ricavare e che da un numero – il voto – non potranno mai essere rappresentati nella molteplicità dei loro colori e sfumature

Rassegna 35 Valutazione-1

Anche domani, come gruppo di insegnanti coalizzate nella realizzazione del Progetto Senza Zaino, ci ritroveremo per discutere ancora una volta sulla messa a punto di modalità di valutazione che riteniamo siano congeniali ai principi ispiratori del SZ, quindi rispettose dei bisogni dei bambini e finalizzate al miglioramento di ciascuno/a. Per facilitare il confronto, abbiamo stilato un promemoria che qui riporto perché può essere di stimolo anche ad altri: focalizza l’attenzione su questioni che meritano riflessione non solo per chi fa il SZ, ma per chi quotidianamente si trova a relazionarsi con il delicato materiale umano che davvero va maneggiato con molta cura

  1. Esaminare le pratiche di “valutazione” in uso
  2. Riflettere sul senso del valutare
  3. Considerare Il valutare e i valori SZ; risolvere nel SZ la frattura che si crea nel momento in cui ci si trova di fronte alla necessità di dare i voti
  4. SZ punta sull’apprendimento, sul lavoro, sulla motivazione intrinseca>/li>
  5. SZ è consapevole che si cresce in un clima “avalutativo”
  6. SZ sa che è impossibile realizzare una valutazione oggettiva; valutando non si può prescindere dalla storia e dalla situazione di ciascuno. Solo così ci si avvicina all’obiettività
  7. SZ modifica la relazione insegnante alunno. In SZ l’insegnante collude con l’alunno, tacitamente sottoscrive con lui un accordo giocoso ma profondamente impegnativo in base al quale lui è dalla sua parte nel lavoro faticoso del crescere, dell’apprendere
  8. SZ usa molteplici modi e strumenti di “valutazione” e coinvolge i ragazzi nel coglierne il senso e le modalità di uso
  9. Abitua a “misurare” il proprio lavoro a partire da un “contratto” stipulato prima, relativamente a difficoltà esaminate, attese, tempi, criteri per la misurazione….
  10. Propone la misurazione senza esagerare, prende in considerazione compiti di tipo diverso
  11. Mette in atto una sorta di “emulazione cooperativa”
  12. Incoraggia l’autovalutazione a partire dalla riflessione sul sé che porti alla costruzione di una positiva immagine di sé, a conoscere i propri bisogni…
  13. Non usa i voti per …
  14. Sdrammatizza i voti con gli alunni e con i genitori
  15. Si cercano con i ragazzi modi e strumenti per mediare il passaggio ai voti
  16. Informa i genitori sulle attività, non pone l’accento sui risultati
  17. Quando è necessario usare il voto, individua due, massimo tre fasce e colloca gli esiti in queste a partire dalle misurazioni… in cui giocano, come già detto più criteri.. più elementi…Meglio un voto a spanna che un voto che fa male (tanto l’oggettività nel valutare, non esiste)
  18. SZ lavora a costruire fiducia e autostima, parla di soglia, successo, eccellenza ( linguaggio tra adulti ), di livello esperto, operativo/apprendista, principiante … in ogni livello, anche quello di partenza, c’è un “conosco, so fare, so agire “ su cui contare per rilanciare crescita e apprendimento …
  19. Informa i genitori, nei modi adeguati, di tutti questi aspetti
  20. Su diversi di questi punti, abbiamo già raggiunto un buon livello di condivisione, ma c’è ancora molto da fare – da noi, il Progetto SZ è partito da 2 anni -: non è facile rinunciare a quelle pratiche consolidate in decenni di lavoro che danno sicurezza, ma la disponibilità a volersi mettere in discussione è già un primo passo decisivo…